Corriere Fiorentino (Corriere della Sera/ Firenze), 19 aprile 2012, p.13
«Dostoevskij è come la vodka, io sono soltanto la limonata». Cechov esprimeva così la sua devozione al romanziere, capace di esprimere temi profondi come l’esistenza di Dio o la morale. Ce lo ricorda il regista Guido De Monticelli, che porta in scena al Metastasio I Fratelli Karamazov ‒ fino a domenica 22, biglietti a 7 euro per la settimana della cultura. «Cechov chiariva un concetto importante - continua De Monticelli ‒ che questi grandi temi, nella drammaturgia contemporanea si fanno sempre meno espressi, più frantumati». Temi che ora tornano con forza in uno spettacolo che nelle sue tre ore sa mantenersi quasi sempre ritmato e avvincente. L’adattamento, firmato dal regista insieme a Roberta Arcelloni, restituisce i principali filoni dell’opera costruendo una struttura drammaturgica solida e coerente. Peccato per la scelta, non certo efficace, di non drammatizzare alcuni passi del romanzo, facendoli leggere ai personaggi.
Al centro dello spettacolo è la figura di Alëša, con la sua straordinaria conoscenza dell’animo umano e il suo forte senso morale. È il protagonista di scene intense e toccanti, sempre capaci di colpire e spiazzare. Nei suoi panni c’è Francesco Borchi, che col suo aspetto fanciullesco restituisce solo in parte un personaggio ben più strutturato e consapevole. L’intenso confronto fra gli altri fratelli è sostenuto con forza dall’ottimo Luigi Tontoranelli, nei panni di Smerdjiakòv, Corrado Giannetti, che ben restituisce i tormenti filosofici di Ivàn, e da Fabio Mascagni, un credibile e passionale Dmìtrij. Dai loro continui contrasti scaturiscono scene profonde, interamente costruite sull’abilità degli attori. Non convince invece la lettura caricaturale del padre dei Karamasov, proposta dal pur bravo Mauro Malinverno. Fa da sfondo alla narrazione una scenografia evocativa e funzionale disegnata da Lorenzo Banci e Federico Biancalani.
STELLE: 3/5
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